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Tecnologie avanzate, intelligenza artificiale, digital divide: l’umanesimo tecnologico raccontato da Gianna Martinengo

Riflessioni e pubblicazioni /

Ci sono degli incontri che, seppur fugaci, casuali ed estemporanei, non si dimenticano. Quello con Gianna Martinengo è senza alcun dubbio uno di questi. Invito chi non la conoscesse a soddisfare immediatamente la propria curiosità andando a sbirciare sul suo sito internet. La sua vita è un racconto bellissimo che sarebbe riduttivo sintetizzare in poche righe. L’invito a chi invece sapesse di chi scriviamo è, ovviamente, di continuare a leggere per approfondire la conoscenza di una donna straordinaria.

La chiamo, in tempi di quarantena, con la speranza che si ricordi di me.

Le lunghe chiacchierate e l’attitudine ad ascoltare con la calma di un tempo senza scadenze ci mancheranno quando tutto questo sarà finito.

Gianna fortunatamente si ricorda di me. Ci eravamo incontrate a Milano in occasione di un dibattito su tecnologie intelligenti (intelligenza artificiale) e nuove frontiere digitali, volto a chiarire come stanno influenzando la nostra vita, modificandola e modificando noi stessi.

Gianna raccontava scarabocchiando su un foglio. In realtà non scarabocchiava affatto. Al termine del suo intervento ho sbirciato quel foglio. C’era lo schizzo di un robot umanoide e di un umano davanti a lui con frecce tutte intorno sulle varie ipotesi di relazione tra uomo ed androide: in sostanza, robot vs uomo.

Avete presente la differenza tra sentire e ascoltare? Quando Gianna parla di AI (intelligenza artificiale), umanesimo tecnologico, della sua vita, degli anni a Stanford, dell’incontro con Marvin Minsky, uno dei padri dell’intelligenza artificiale, non è possibile solo sentire.

Parlare con Gianna è come giocare una partita a ping-pong dialettica. La pallina non si ferma mai, non cade mai e non va mai a finire in rete.

Partiamo dalla fine, da un bilancio che oggi ti senti di fare sull’Italia. Ritieni che il nostro sia un passo indietro rispetto ad altri Paesi parlando di digital innovation, intelligenza artificiale, digital divide (ovvero il divario esistente tra chi ha accesso alle tecnologie dell’informazione, in particolar modo personal computer e internet, e chi ne è escluso, in modo parziale o totale) e tecnologie avanzate?

“Il più grande rammarico che ho nei confronti di questo nostro straordinario Paese è che avrei voluto vederlo crescere di più e più in fretta. Avrei voluto mettere a disposizione della nostra Italia le mie competenze e il mio know how in materia di interazione tra individui mediata dalle tecnologie avanzate, acquisiti negli anni dei miei studi a Stanford, ma non è stato possibile nel modo in cui avrei voluto”.

“Nonostante io abbia avuto la fortuna di studiare e comprendere i sistemi e le applicazioni informatiche con le menti più brillanti di allora (Patrick Suppes, logico matematico, Mario Zanotti, matematico, probabilista e statistico, Marvin Minsky, uno dei primi creatori dell’intelligenza artificiale, Stefano Cerri, fisico e informatico “sociale”), alla fine, mio malgrado, mi è toccato diventare imprenditrice”.

Interazione uomo – macchina: una questione di dialogo e intelligenza

“Al mio ritorno da Stanford quasi nessuno, nel mondo accademico italiano, capiva il mio messaggio: il calcolatore non serve solo a fare i conti velocemente o a memorizzare e recuperare dati, ma anche a interagire, dialogare. Fra computer e persona c’è una interazione e questa diventa sempre più sofisticata ed efficace”. Grazie alle reti, come ebbi modo di verificare a Stanford con il MINITEL nel 1983, il “calcolatore” permette anche alle persone di dialogare a distanza. Ma l’azienda non bastava: bisognava fare come a Stanford e stabilire forti legami con la ricerca”.

“In quegli anni (1985) compresi che il settore vincente nel mio campo di attività era quello dell’intelligenza artificiale, all’epoca fortemente sospesa fra la visione “conoscenza simbolica” (knowledge systems) e quella “subsimbolica” (reti neurali, algoritmi genetici, ragionamento fuzzy). Fondai il DIDA*LAB, un laboratorio di intelligenza artificiale privato, unico in Italia, con la direzione di Stefano Cerri che nel frattempo si era trasferito da Pisa a Milano alla Statale. Si trattava, come insegnano i linguisti-pragmatisti, di studiare e realizzare sistemi di interazione centrati sull’efficacia rispetto all’interlocutore nel dialogo, e non solo sull’efficienza di calcolo”.

Intelligenza artificiale, quando il genio resta incompreso

“Negli anni ‘90, i pochi italiani che coltivavano l’AI, venivano considerati “informatici stravaganti”. Alcuni di loro venivano dalla psicologia cognitiva o dalla linguistica, una miscela interdisciplinare allora considerata inutile e anche dannosa. Nello specifico, molti di loro che si riconoscevano in questo modello non hanno fatto carriera qui. Sono andati via, hanno riempito i laboratori di ricerca del mondo, regalando ad altri le loro preziose competenze. Quando illustravano i loro risultati sull’intelligenza artificiale era comune la battuta sarcastica: “Non vi basta la stupidità naturale?”.

Mi spiace evidenziare l’incapacità del nostro Paese di interpretare il bisogno che invece c’era di competenze come quelle. Era già evidente nei fatti che ne avremmo avuto bisogno. È ancora oggi enorme il mismatch tra ciò di cui avremmo bisogno in termini di competenza e ciò che il mercato interno ci offre. Ci sono molti motivi, fra gli altri: la fretta (se un investimento non rende a breve termine, non serve); il conformismo (guai a non abbracciare le tendenze di moda) e il nepotismo (l’amico dell’amico è preferibile perché sicuramente fedele)”.

Questo è un Paese ancora vittima di un sistema clientelare, direi medioevale, che blocca le competenze e la meritocrazia, cioè la competizione equa fra iniziative e persone che è – assieme alla collaborazione – uno dei due motori del progresso umano. Io sono solo una delle innumerevoli vittime di questo sistema. Restando vaga sui personaggi, al termine di una mia importante presentazione per lanciare un progetto di interesse “pubblico”, sentii che venivo liquidata per questa ragione: “Sì, bravissima, ottima azienda, ma non è dei nostri”. Questo purtroppo non vale soltanto per i grandi temi del futuro (oggi anche del presente) come l’intelligenza artificiale, ma anche per tutto ciò che riguarda le trasformazioni socio-economiche dovute alle tecnologie avanzate e alla globalizzazione. Mi hanno molto colpito i recenti dati Istat sul rapporto delle famiglie italiane con il digital divide. Solo oggi ci rendiamo conto dell’interesse fondamentale di questo aspetto? Sono 50 anni che si sapeva, si scriveva, si proponeva: mezzo secolo. Chi avrebbe dovuto occuparsene in modo prioritario, se non le Istituzioni pubbliche?”

“C’è un libro del 1997 che contiene la sintesi perfetta del mio pensiero a proposito dell’Italia e della sua politica: L’intelligenza delle istituzioni di Carlo Donolo: “…Occorre smettere di guardare alle istituzioni come a enti estranei, opprimenti se non nemici, da raggirare non appena possibile. Bisogna liberarsi dal complesso di Kafka e considerare piuttosto le istituzioni come “beni comuni. (…) superato il “punto di non ritorno” oltre il quale c’è il marasma, alle istituzioni si richiede proprio di tornare a assumere il ruolo di “bene comune” e di svolgere una funzione di riferimento”. Del resto, ho sempre pensato che il potere dovrebbe essere un servizio”.

Quali sono i progetti che nonostante tutto sei riuscita a realizzare in Italia?

Negli anni ‘80 ho usato il computer, un Olivetti M20, come strumento che facilita l’apprendimento del bambino e la verifica di ciò che ha imparato. In quegli anni la comunità scientifica già si interrogava sull’impatto delle tecnologie avanzate nell’educazione in generale e sulla sua relazione-interazione con le istituzioni e la società nei contesti globali. È di quegli anni (1985) un progetto a me molto caro, “Italiano di base”, per valutare l’apprendimento di un gruppo bambini della scuola elementare con disabilità. Il progetto mirava a fornire ad ogni bambino mezzi linguistici di base per sviluppare in modo armonico il linguaggio verbale ed è stato valutato dalla Fondazione Don Gnocchi. Devo ringraziare il Prof. Mauro Laeng perché lui lo ha inserito nel museo dell’informatica e didattica della Sapienza di Roma”.

“Attraverso una metodologia costruita su base scientifica, che avevo imparato a Stanford con Mario Zanotti e Patrick Suppes, il corso esplorava e sfruttava diversi aspetti dell’apprendimento: l’area cognitiva (attenzione, memorizzazione, percezione, rapporto causa effetto, simbolizzazione…), quella di organizzazione del lavoro, quella affettiva-relazionale (stima di sé, motivazione ad apprendere, reazione all’insuccesso, autostima…). Per ogni area venivano individuati il livello di partenza, gli obiettivi da raggiungere, tre fasi di valutazione da effettuarsi in tempi progressivi, la valutazione finale (a cura di insegnante, pedagogista e psicologo). È questo certamente uno dei progetti a me più caro”.

Interazione e dialogo mediato dalle tecnologie avanzate

“Nell’85 decisi di focalizzare il mio lavoro nel nuovo laboratorio di ricerca DIDA*LAB occupandomi di interazione e dialogo mediato dalle tecnologie con attenzione al mondo dell’intelligenza artificiale. Il machine learning (apprendimento automatico), oggi molto di moda in particolare per l’utilizzo delle reti neurali, è solo una piccola parte di essa. Quello che ho imparato “facendo” nei numerosi progetti di ricerca è che l’AI non rappresenta soltanto una serie di strumenti pronti all’uso, ma un modo di vedere i problemi e risolverli, cioè un approccio. Ho anche imparato molto bene che è molto diverso sentir parlare di tecnologia oppure… farla, costruirla, utilizzarla”.

Machine learning, una grande opportunità per le grandi aziende

Le grandi imprese italiane di allora, l’Istituto San Paolo di Torino, la Sip, la Fiat, capirono bene che i miei risultati erano utili per formare i loro dipendenti. Avevano capito che la “Computer Assisted Instruction” poteva servire per addestrare. Non avevano ancora capito che l’approccio “interazione basata su conoscenza”, che ne era a fondamento, fosse di utilità generale. Infatti, le stesse tecnologie, i metodi, gli strumenti che all’inizio abbiamo applicato all’apprendimento umano, si possono applicare a tutte le funzioni umane del comunicare, dell’informare, del comprare, del vendere, della costruzione di reputazione. Insomma, a tutto ciò che è poi esploso negli anni ‘90 e che ha la E davanti (E-commerce, E-learning, E-government..). Negli anni ‘90 sono esplose decine di “E”, non solo grazie alla ricchezza dei messaggi multimediali, ma anche grazie alla diffusione e ai progressi delle reti”.

Sei considerata una pioniera anche in tema di diritti delle donne, e coinvolgimento delle capacità femminili nelle nuove tecnologie.

Il mio messaggio alle donne che vogliono riuscire nell’attività professionale: saper accettare solo quei compromessi che non ledono la dignità dei propri principi. Si chiamava, pensa un po’, “Pari sarà lei” il convegno da cui è nato il mio impegno a servizio delle donne. Era il 1999 e se paragono la realtà di allora a quella di oggi in tema di parità, occupazione e incentivi a favore delle donne, mi sembra di essere rimasta ferma nel tempo. Ero stata invitata a partecipare in qualità di Presidente del Terziario Innovativo di Assolombarda: ero già un’imprenditrice conosciuta dall’83 per il mio lavoro svolto nel settore privato della tecnologia. Prima di allora non mi ero ancora chiesta se esistesse una declinazione al femminile di tecnologia. È da lì che ho iniziato a riflettere – da umanista tecnologa – su come la tecnologia avrebbe potuto migliorare la qualità della vita delle donne e sul perché le donne venissero percepite come meno evolute rispetto agli uomini dal punto di vista tecnologico”.

Women and Technology, una sfida vinta grazie alla complementarietà

“In quell’anno ho dato vita al mio progetto internazionale Women and Technologies, volto a superare l’odioso pregiudizio che le donne sono meno tecniche degli uomini. Sapete perché? Grazie alla loro complementarietà rispetto agli uomini stessi. Una complementarietà che si sviluppa con modalità, visioni, intuizioni e modelli di leadership almeno tanto efficaci quanto quelle dei colleghi uomini. Abilità che, nella maggioranza dei casi, sono utili più di quanto essi stessi comprendano”.

Gianna, sei riconosciuta come una pioniera nell’innovazione di prodotti e processi. Ci racconti la tua visione anche proiettata al futuro nel campo delle tecnologie avanzate?

Ho sempre preferito parlare di “Umanesimo Tecnologico”, per il mio percorso accademico, nel quale ho abbinato ai miei studi umanistici fatti in Italia, quelli tecnologici svolti in California presso l’Università di Stanford. A questa “doppia cultura” si sono aggiunti gli anni di lavoro nei progetti di intelligenza artificiale del laboratorio DIDA*LAB, soprattutto nei progetti europei. Per capirsi senza ambiguità, io non sono una esperta di AI. Tuttavia, grazie all’esposizione “attiva” alla ricerca sull’intelligenza artificiale, ho adottato questo approccio in modo profondo, tanto da fondare la crescita dell’azienda e mia personale su quei contenuti, metodi e mezzi. Ho imparato facendo, per poi divulgare quello che avevo capito a fondo. In questo ritengo di avere svolto un’azione pionieristica in Italia: pochi altri hanno avuto il coraggio di promuovere e realizzare progetti, prodotti e servizi fondati sull’AI con tanto anticipo ed altrettanta convinzione, andando spesso controcorrente”.

L’intelligenza artificiale rappresenta per me l’anello di congiunzione fra la Computer Science (algoritmi, linguaggi, reti, interfacce) e le scienze cognitive (percezione, ragionamento, pianificazione, riconoscimento di forme). Se adottiamo davvero una visione “interazione e dialogo”, allora anche altre discipline sono strettamente legate: la linguistica, la filosofia del linguaggio, l’antropologia, le neuroscienze, la sociologia. Ecco perché diventa necessario parlare di Umanesimo Tecnologico!”.

“Questo Umanesimo Tecnologico deve avere come scopo il miglioramento delle nostre esistenze. L’uomo deve essere posto sempre al centro. Nel confronto robot vs uomo gli umani hanno a loro vantaggio il senso comune o buon senso, la capacità di ragionamento anche in assenza di informazione completa, quella di allinearsi a dei valori etici. Al momento non esistono automi in grado di esercitare queste funzioni tipicamente umane, anche se non è escluso che molte di queste siano progressivamente acquisite anche dagli automi. No: non dobbiamo cadere nell’errore (già fatto anni fa) che gli umani siano sempre migliori delle macchine. No!”.

Il futuro delle tecnologie avanzate: una questione anche etica

“Il nostro domani sarà determinato dalla capacità di accelerazione dell’evoluzione tecnologica che è nettamente maggiore rispetto a quella dell’uomo. Ad un certo punto della mia vita ho smesso di domandarmi: cosa arriveremo a fare con le tecnologie? Ho iniziato piuttosto ad interrogarmi su cosa le tecnologie faranno di noi? Si tratta di una grande sfida etica. Cosa faranno di noi le tecnologie avanzate? È questa la domanda corretta da porsi”.

Ogni nuova tecnologia va affrontata come una sfida etica. Etica è anche una sfida fondamentale per le tecnologie e non solo per l’intelligenza artificiale, in relazione alla quale spesso viene evocata. La ragione fondamentale di questo interesse recente è che, mentre l’intelligenza artificiale “classica” (quella simbolica) poteva offrire una “giustificazione” dei suoi risultati, quella di cui si parla tanto oggi (sostanzialmente reti neurali e deep learning, cioè strumenti fondati sulla statistica) non offre giustificazione per i risultati che ottiene. Di conseguenza, si è sviluppato il movimento di intelligenza artificiale centrata sull’umano, cioè una AI “controllata” da umani che possano validarne i processi di calcolo. Insomma: si parla di etica e intelligenza artificiale perché non si ha fiducia nei risultati dell’AI privi di giustificazione. Dobbiamo partire da questo concetto: se le tecnologie avanzate non migliorano la qualità della vita delle persone, non sono progresso. Sono solo regresso, o mere attività commerciali”.

In mezzo a tutto questo, abbiamo parlato di un sacco di altre cose e anche di cinema. Consigliamo la visione di La meglio gioventù. Ci è venuto in mente parlando dell’Italia e dei suoi dinosauri. Straordinaria la scena della laurea del protagonista Luigi Lo Cascio.

Grazie Gianna.

Lavinia Spingardi

Anna Villa 23 Giugno 2020 Post Reply

Grazie Gianna per la tua testimonianza.
Certamente l'uomo deve essere e rimanere sempre centrale nelle nostre scelte professionali. Rispetto ed etica umana devono essere sempre in primo piano ed a servizio del ben-essere dell'individuo.

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